Per quanto riguarda le varie tipologie di ictus, solo pochi studi epidemiologici sono dettagliati; i dati italiani più affidabili sono riassunti in Tabella 4:VIII.
Nel registro de L’Aquila,[12] la frequenza percentuale delle diverse forme di ictus è così suddivisa (Figura 4-1):
| forme ischemiche | 82,6% |
| emorragie intraparenchimali | 13,5% |
| emorragie subaracnoidee | 2,7% |
| forme non classificabili | 1,2% |
Partendo da questi dati si può desumere che circa l’80% dei soggetti con ictus è affetto da forme di tipo ischemico, mentre le emorragie intraparenchimali rappresentano circa il 15%-20% dei casi e le emorragie subaracnoidee, infine, non superano il 3% del totale.
Un certo grado di incertezza riguarda il fatto che una quota non trascurabile di casi rientra nella categoria degli ictus non classificabili per mancanza di documentazione strumentale o autoptica. Questa quota è più elevata nei soggetti di età molto avanzata in cui, più spesso che nei giovani, l’accertamento eziologico relativo all’ictus è carente. Nella metanalisi di Sudlow e Warlow del 1997 [22] la proporzione delle diverse tipologie di ictus, come desumibile da studi metodologicamente omogenei e di buona qualità, varia, dal 72% all’86% per gli ictus ischemici, tra l’8% ed il 15% per le emorragie intraparenchimali, e tra l’1% ed il 5% per le emorragie subaracnoidee. La percentuale di ictus non classificabili varia negli 8 studi considerati da 0% al 15%.
In base a questa analisi della letteratura, si può concludere che l’incidenza delle diverse forme di ictus varia tra 1,31 e 2,94 casi per 1·000 soggetti per anno per l’ictus ischemico, tra 0,30 e 0,43 per 1·000 per anno per l’emorragia intraparenchimale, e tra 0,05 e 0,17 per 1·000 per anno per l’emorragia subaracnoidea.[12]
L’età è globalmente più elevata per gli ictus ischemici (età media ampiamente superiore ai 70 anni), mentre le emorragie subaracnoidee colpiscono in età più giovanile (età media tra 48 e 50 anni);[12, 23, 24] le emorragie intraparenchimali si situano in una posizione intermedia. Nella revisione di Feigin et al. (2003),[5] l’età media all’esordio dell’ictus è risultata di 69,8 anni nei maschi (da 60,8 ad Uzhgorod, Ucraina, a 75,3 ad Innherred, Norvegia) e di 74,8 nelle femmine (da 66,6 ad Uzhgorod, Ucraina, a 78,0 a Perth, Australia). Per quanto riguarda il sesso, mentre sia gli infarti cerebrali sia le emorragie intraparenchimali sono più frequenti nei maschi, l’emorragia subaracnoidea prevale nelle donne con un rischio relativo significativo di 1,6.[12, 23, 24]
Le forme trombotiche riguardanti il circolo venoso invece che quello arterioso sono relativamente rare per cui la loro incidenza e prevalenza non sono state, ad oggi, selettivamente valutate da studi di popolazione. Dati provenienti da un registro ospedaliero, che ha incluso anche pazienti con trombosi venosa cerebrale, indicano che tale patologia rappresenta l’1,8% di tutti gli eventi cerebrovascolari.[25]
La trombosi venosa cerebrale è più frequente nelle donne (80% circa), soprattutto in età giovanile, associandosi spesso a gravidanza, puerperio, coagulopatie ed uso di contraccettivi orali. L’età media di esordio si colloca intorno ai 43 anni, con sintomatologia ad insorgenza graduale piuttosto che ictale.[26]
Lo studio ILSA fornisce dati affidabili di incidenza per ictus su di un campione di popolazione anziana rappresentativa dell’intera popolazione italiana [9] e consente anche di discernere tra nuovi casi (“first-ever stroke”) e recidive; la proporzione tra primi eventi e recidive è, secondo lo studio ILSA, rispettivamente di 80% e 20% circa del totale.
Facendo riferimento alla popolazione italiana del 2001 [10] si può ipotizzare una distribuzione dell’incidenza per fasce di età, applicando i dati dello studio ILSA per quanto riguarda i soggetti di età compresa tra 65 e 84 anni ed i dati di altri studi per le altre classi di età, i cui valori sono espressi in Tabella 4:IX.
Ogni anno vi sarebbero, quindi, quasi 196·000 nuovi ictus in Italia, di cui una minoranza (circa il 20%) decede nel primo mese successivo all’evento e circa il 30% sopravvive con esiti gravemente invalidanti. Di questi 196·000, l’80% sono primi episodi pari a circa 157·000, mentre il 20% sono recidive, pari a circa 39·000.
Relativamente alla specifica situazione italiana, i cambiamenti della struttura demografica dei prossimi anni determineranno un aumento della popolazione nelle fasce più anziane ed una contestuale riduzione nelle fasce inferiori ai 55 anni. Ad incidenza costante, pertanto, il numero di nuovi ictus è destinato ad aumentare. Evoluzioni analoghe sono attese per la prevalenza.
Le proiezioni basate sull’attuale incidenza dell’ictus indicano perciò un aumento della sua incidenza, anche se distribuito in maniera differente nelle varie età: una riduzione nei soggetti di etàinferiore ai 55 anni, un incremento nei soggetti di età superiore ai 65 anni. Secondo alcuni autori,[27] il numero dei pazienti con deficit neurologici dopo primo ictus sarebbe aumentato fino al 2006 per poi ridursi come conseguenza della maggiore mortalità precoce che colpisce i soggetti più anziani (+29% di morti dopo 6 mesi a fronte di + 5% di nuovi disabili). Questi dati sembrano indicare la maggiore importanza della disponibilità di risorse economiche e sanitarie per fronteggiare la fase acuta dell’ictus rispetto alla cura ed al mantenimento dei pazienti con patologia cronica stabilizzata. Per altri autori, invece,[28] l’aumento del tempo di sopravvivenza dopo l’ictus porterà ad un incremento della prevalenza di tale patologia e ad un corrispondente incremento della domanda di servizi sanitari per pazienti cronici stabilizzati con handicap neurologici.