Il concetto di “storia naturale” fa riferimento all’evoluzione spontanea di una forma morbosa in assenza di interventi sanitari atti a modificarne la prognosi; in tal senso la vera “storia naturale” della malattia cerebrovascolare è difficilmente valutabile soprattutto in quelle nazioni in cui l’assistenza e la terapia sono particolarmente diffuse ed efficienti. Molto spesso sono infatti disponibili dati di prognosi piuttosto che di “storia naturale”. È chiaro comunque che anche i dati di prognosi hanno una notevole rilevanza per la pianificazione sanitaria e per l’elaborazione di “linee guida” in relazione alla prevenzione primaria e secondaria, al trattamento ed alla riabilitazione dell’ictus.
Con lo sviluppo delle stroke unit e con il miglioramento generale dell’assistenza ai soggetti con patologie acute e gravi come l’ictus, la fatality ratio per ictus è in progressivo calo dal 1970 in avanti. Sono in controtendenza a questo trend favorevole le nazioni dell’Est europeo e del Sud-America, in cui, verosimilmente, il livello assistenziale non è cambiato negli ultimi decenni.[6, 30, 31]
La mortalità è il principale parametro prognostico, ma i suoi valori sono molto variabili essendo influenzati dal setting dello studio (studi di popolazione, registri ospedalieri); risentono poi in maniera molto spiccata del livello di qualità assistenziale nella fase acuta.
I dati di popolazione del Registro de L’Aquila [12] indicano una mortalità globale a 30 giorni (Tabella 4:X) del 25,9%, più alta nelle emorragie subaracnoidee (34,7%) ed in quelle intraparenchimali (48,1%) rispetto agli ictus ischemici (21,2%).
![]()

