Molto utilizzata è la soddivisione, nell’ambito degli episodi cerebrovascolari acuti focali, in TIA, ictus minore ("minor stroke"), ictus maggiore ("major stroke"). Il principale difetto di tale suddivisione risiede nel fatto che, mentre da un lato isola i TIA definendoli come episodi “ischemici” con sintomi completamente reversibili, dall’altro separa gli ictus “lievi” da quelli “gravi” indipendentemente dalla natura ischemica o emorragica della lesione, dalla sua eziologia e dalla sua sede. Occorre peraltro considerare che si tratta comunque di una suddivisione molto pratica, soprattutto al fine di separare i soggetti che sopravvivono ad un ictus con esiti nulli o comunque non gravemente invalidanti, rispetto a quelli che rimangono invece disabili. Ciò può servire negli studi farmacologici di prevenzione secondaria come criterio di inclusione/esclusione, ma anche come criterio classificativo delle eventuali recidive cerebrovascolari (lievi/gravi).
Per la identificazione dell’ictus minore, di solito in riferimento esclusivamente alla patologia ischemica, si sono utilizzati diversi criteri basati soprattutto sulla scala di dipendenza mRS ovvero su scale di “impairment” neurologico (soprattutto la NIHSS); in altri casi sono stati utilizzati criteri legati alle dimensioni della lesione.[5, 7, 12, 13] Il problema della definizione di ictus minore potrebbe necessitare di una miglior definizione clinica o strumentale.

