Recenti studi hanno evidenziato un'associazione fra mutazioni genetiche a carico di alcuni fattori dell'emostasi ed aumentato rischio di sviluppo di eventi cerebrovascolari di origine ischemica. Esistono evidenze dell'associazione tra elevati livelli di fibrinogeno e la presenza di polimorfismi del gene codificante la catena b del fibrinogeno (polimorfismo G/A-455 e polimorfismo G/A del fibrinogeno Bbeta 448).[254, 255] È stata inoltre documentata una interazione significativa fra il polimorfismo Thr312Ala del gene codificante la catena alfa del fibrinogeno e la fibrillazione atriale in relazione alla mortalità post-ictus ischemico. I pazienti con fibrillazione atriale e portatori dell'allele mutato A del polimorfismo Thr312Ala mostrano una ridotta sopravvivenza.[256] In pazienti di età inferiore ai 50 anni è discusso come fattore di rischio per ictus ischemico il polimorfismo G20210A a carico del gene della protrombina, per la discordanza dei risultati degli studi finora effettuati. Più sicuro il suo ruolo negli ictus infantili e nelle trombosi venose cerebrali.[257] Il genotipo eterozigote è associato con un aumento di 3,8 volte del rischio per ischemia cerebrale. Il polimorfismo PlA2 nel gene che codifica la glicoproteina IIb/IIIa piastrinica, un recettore di membrana per il fibrinogeno ed il fattore di von Willebrand, è un fattore di rischio "aggiuntivo" solo in donne di razza bianca.[258] Altre varianti genetiche delle glicoproteine piastriniche, come la variante 807T della glicoproteina Ia, l'allele Met145 della glicoproteina Ibalfa e l'omozigosi dell'allele Ser 843 della glicoproteina IIb, sono risultate associate ad un aumento del rischio di ictus ischemico solo nelle giovani donne con altri fattori di rischio cardiovascolare.[259]
Infine la mutazione Leiden del fattore V, responsabile per il 90% dei casi della resistenza alla proteina C attivata, è il più frequente difetto congenito della coagulazione associato a trombosi venosa cerebrale.[260]
Studi epidemiologici prospettici hanno dimostrato il ruolo di elevati livelli di fibrinogeno quale fattore di rischio di ictus sia in soggetti clinicamente sani che in pazienti con precedenti eventi ischemici.[261, 262, 263] I livelli di fibrinogeno risultano anche associati, prospetticamente, sia alla progressione delle stenosi carotidee che al rischio di ictus ricorrente. I probabili meccanismi attraverso cui il fibrinogeno rappresenta un fattore di rischio per ictus sono gli effetti sulla viscosità, sulle piastrine, e sull'aterogenesi per la deposizione di fibrina.
Nell'ambito del Physicians' Health Study è stata riscontrata una relazione tra l'attivatore tissutale del plasminogeno (tPA antigene) ed il rischio di un primo episodio di ictus ischemico in uomini tra i 40 e gli 84 anni.[264] L'apparente paradosso di un'associazione tra l'ictus ischemico ed i livelli plasmatici di un fattore associato con la fibrinolisi dipende dal fatto che solo una piccola quota di tPA plasmatico è in circolo in forma libera attiva, mentre la maggior parte circola come complesso inattivo legato all'inibitore dell'attivatore del plasminogeno di tipo 1 (PAI-1).[265] Elevati livelli di tPA antigene riflettono quindi un'alterazione della fibrinolisi, principalmente dovuta a livelli elevati di PAI-1.
Alti livelli di PAI-1 sono stati riportati in pazienti con infarto cerebrale.[266] Nello studio di Kitava condotto su una popolazione apparentemente indenne da ictus e cardiopatia ischemica, sono stati documentati livelli molto bassi di PAI-1 sia negli uomini che nelle donne.[267]