Tenue ipodensità a carico dei nuclei della base e/o delle strutture lobari cortico-sottocorticali, indicativa di edema citotossico (aumento del contenuto idrico intracellulare) e di danno parenchimale,[150, 151] è riscontrabile nel 50%-70% dei pazienti con ictus in fase acuta.[144, 152] La presenza di tale reperto, legato ad un aumento del contenuto idrico con relativa ipodensità delle strutture interessate, ed in particolare la sua estensione, rivestono un ruolo di notevole importanza sia nella scelta del trattamento terapeutico da adottare sia quale indicatore dell'evoluzione e del recupero clinico. Numerosi studi hanno documentato come la presenza di una estesa ipodensità precoce, che interessi più del 33% di un emisfero cerebrale, riscontrata entro 6 ore dall'insorgenza dell'ictus, rivesta un significato prognostico negativo sia per mortalità ad un mese che per successiva disabilità residua. Inoltre, segni precoci estesi sono predittivi di successivo infarcimento emorragico sia spontaneo [153] che iatrogeno.[154, 155, 156] Pazienti con ipodensità inferiore al 33% presentano un ottimo recupero clinico e bassa mortalità.[144, 152] Nonostante l'ipodensità TC precoce, unitamente alla presenza dell'iperdensità dell'arteria cerebrale media,[157] rappresentino importanti parametri TC nella valutazione dell'ictus in fase acuta, il danno parenchimale iniziale viene attualmente valutato meglio e con più attendibilità mediante l'impiego della RM, specie con l'utilizzo delle tecniche di diffusione e perfusione.[158]
La presenza di ipodensità precoce potrebbe anche essere indicazione di un esordio della sintomatologia precedente rispetto a quanto ipotizzato o raccolto in prima anamnesi. Quindi, un riscontro di ipodensità precoce dovrebbe suggerire un approfondimento dell’anamnesi, eventualmente coinvolgendo altri testimoni (parente o altro) capaci di fornire informazioni quanto più accurate possibili sul reale tempo d'inizio del disturbo.