La fase acuta dell'ictus rappresenta una delle condizioni neurologiche, e più in generale mediche, che richiedono, e indubbiamente beneficiano, di una gestione assistenziale mirata al pronto riconoscimento e cura di possibili complicanze.
Tale esigenza nasce da un lato dalle peculiarità fisiopatologiche dell'ictus, in cui le disfunzioni del sistema cardiovascolare svolgono un ruolo preponderante, dall'altro dalla destabilizzazione neurologica e cardiovascolare che può intervenire imprevedibilmente in via secondaria sia alle alterazioni morfologiche e funzionali del tessuto cerebrale in corso di infarto sia, in alcuni casi, alla sede specifica coinvolta (es. insula).
La maggioranza delle complicanze dell'ictus può essere affrontata con successo tramite interventi medici tempestivi e una assistenza continua.
Circa il 25% dei pazienti con ictus peggiora durante le prime 24-48 ore di ricovero,[ToniD,1995,DavalosA,1999] un rimanente 10% può ancora peggiorare dopo 96 ore,[1] ed è stato descritto un peggioramento anche dopo una settimana dall'esordio dei sintomi.[2] Nella maggior parte dei casi è difficile prevedere la comparsa di deterioramento per cui tutti i pazienti dovrebbero essere considerati a rischio di peggioramento neurologico, e tutto il periodo nel quale tale evoluzione è possibile deve essere considerato fase acuta. È in questa fase che la gestione generale del paziente secondo protocolli standardizzati può modificare significativamente l'evoluzione clinica.
In uno studio pilota,[3] il monitoraggio in fase acuta dell'ictus dei parametri fisiologici e il loro mantenimento a livelli omeostatici, si è dimostrato in grado di ridurre il peggioramento neurologico precoce. Vi sono, inoltre, evidenze sperimentali che attribuiscono un ruolo di tipo neuroprotettivo alla pronta correzione dell'alterazione dei parametri fisiologici.[4] Tale tipo di approccio all'ictus acuto, viene raccomandato anche da Consensus Conference di esperti a livello internazionale.[5] Pertanto, le funzioni vitali e lo stato neurologico dovrebbero essere valutati frequentemente durante le prime 24-48 ore dall'esordio di un ictus. Va segnalato per completezza di informazione che per ora non è dimostrata inequivocabilmente l'utilità del monitoraggio strumentale continuo agli effetti di un migliore esito, e l'argomento rimane controverso in attesa di più chiare dimostrazioni.[6, 7, 8]
Il monitoraggio neurologico e pressorio dovrebbe proseguire nei primi giorni di mobilizzazione, la quale è indicata il più precocemente possibile (§ 11.10).