Recentemente nelle strutture per la gestione della fase acuta, oltre ad una pronta diagnosi e terapia, viene fornito un programma di cura e di assistenza riabilitativa, che pone il malato e la sua famiglia al centro del lavoro di un gruppo multidisciplinare.[12] In questa direzione si pongono l'informazione e l'educazione fornite sin dalla fase acuta della malattia, poiché è possibile ritenere che queste migliorino l'aderenza al trattamento medico, il processo di adattamento, la motivazione del paziente e l'ottimizzazione dell'intervento della famiglia e dei servizi assistenziali e sociali. L'obiettivo ultimo è quello di favorire il ritorno alla massima autonomia possibile, per una migliore qualità della vita, contenendo sin dall'inizio le incertezze e le angosce scatenate dalla subitaneità dell'evento, illustrando le possibilità pratiche a disposizione, gli aiuti economici, i supporti psicologici e di relazione sociale.
Contestualmente, tuttavia, da aree geografiche e tessuti sociali diversi, sono emerse note di insoddisfazione per come avvenivano la comunicazione, l'informazione e l'educazione. I malati, una volta rientrati in famiglia esprimono disappunto sulle informazioni ricevute in ospedale circa la malattia, le sue conseguenze, i servizi pubblici a disposizione e gli aspetti legali e finanziari [345] e a molti, dopo anni dalla dimissione, restano domande o dubbi non chiariti che sono diversi nelle diverse fasi del recupero e di adattamento alla nuova condizione.[346] Una richiesta chiara di comunicazione nelle varie fasi della malattia emerge dal focus group effettuato in Umbria grazie all'associazione ALICE che ha lavorato in collaborazione con la USL 2 dell'Umbria. I familiari desiderano conoscere, anche più dei soggetti malati, i dettagli delle condizioni cliniche e del trattamento assieme al rischio di recidive. Accolgono con interesse le informazioni scritte a loro fornite e frequentano gruppi di informazione.[347]
Le evidenze sull'efficacia di questa recente modalità di cura emergono da una metanalisi pubblicata dalla Cochrane Collaboration, ma i dati non sono univoci né tanto meno definitivi.[343]