Esiste un'ampia documentazione sulla finestra temporale utile a promuovere il recupero funzionale intrinseco dopo ictus, che documenta come il deficit motorio selettivo subisca un'evoluzione favorevole che raggiunge un plateau, in media, entro i primi 3 mesi dall'evento.[214] Alcune menomazioni, come la disfagia, hanno storia più breve, andando incontro, in media, a risoluzione spontanea, generalmente, entro le prime 2-3 settimane dall'esordio.[227]
Superato questo termine, risultati funzionali significativi possono essere ottenuti sfruttando strategie compensatorie, piuttosto che "ristorative".
L'efficacia di singole strategie impiegate per promuovere il recupero della destrezza, o del controllo del tronco o, infine, della deambulazione è peraltro tuttora discussa.
Nel corso dei decenni le proposte di trattamenti riabilitativi dedicati al recupero post-ictus si sono moltiplicate. Generalmente, la riabilitazione neurologica ha visto il succedersi, per apposizione, ma non per sostituzione, di tecniche ispirate a presupposti teorici differenti. Pertanto, da un modello di rieducazione "ortopedica", basato sull'allenamento muscolare si è passati, negli anni '50-'60 alle proposte di Rood e Kabat che sulla scorta di principi neurofisiologici della facilitazione neuromuscolare applicavano tecniche mirate ad elicitare e rinforzare il movimento volontario.[228] Nel 1969 i coniugi Bobath [229] davano compiutezza ad un intervento riabilitativo che presupponeva la conoscenza dei meccanismi riflessi delle risposte posturali e della loro evoluzione ontogenetica, ottenendo un successo tuttora riconosciuto nella gestione dell'emiparesi spastica conseguente ad ictus,[230, 231] anche se una recente revisione sull'efficacia di tale trattamento non ha fornito dati definitivi.[232] Solo nel 1982, veniva introdotta una tecnica di apprendimento motorio cosiddetta "task-oriented" la cui ispirazione proveniva da studi sul recupero funzionale in modelli animali,[233, 234] che propugnavano una teoria di controllo centrale del movimento, secondo la quale l'esecuzione di gesti finalizzati ovvero contestualizzati è vincolante ai fini del recupero motorio. L'accumularsi di evidenze in merito ai fenomeni di neuroplasticità nel cervello adulto leso e alla rilevanza delle afferenze sensoriali nel promuovere la riorganizzazione di aree corticali [100] ha quindi prodotto il fiorire di proposte terapeutiche basate su varie tecniche di addestramento intensivo,[112] elettrostimolazione,[235] stimolazione ripetitiva,[236], bio-feedback,[146, 237, 238] queste ultime recentemente associate all'uso di robot.[239, 240, 241, 242] Stanno emergendo infine segnalazioni ripetute sull'impiego della "virtual reality" [243, 244] e della "mental practice" [245, 246, 247] come tecniche capaci di attivare le aree sensori-motorie coinvolte nell'esecuzione reale dell'azione mediante l'osservazione e la rievocazione mentale di un movimento.[248, 249]
A fronte della abbondanza di proposte, e della evidente efficacia della riabilitazione - in senso lato - dopo ictus,[366] non esistono studi comparativi che documentino con sufficiente evidenza la superiorità (ovvero la cost-effectiveness) dell'uno o dell'altro intervento terapeutico,[250, 251, 252], soprattutto in merito alla riabilitazione dell'arto superiore.[253, 254, 255, 256]
La revisione sistematica e metanalitica dell'effetto dell'intensità del training [124] ha evidenziato che l'intensificazione delle ore di trattamento ha un piccolo ma favorevole effetto sul recupero della ADL, sulle attività strumentali e sulla velocità del cammino. In particolare, studi controllati dimostrano che un incremento nel tempo di trattamento di sedici ore, nei primi sei mesi dopo un ictus, è sufficiente per ottenere un beneficio significativo in termini di recupero nelle ADL.
Le singole segnalazioni e le poche revisioni critiche a supporto di diversi approcci sono riportate di seguito.