Come si è visto, i disturbi dello stato cognitivo ed affettivo dopo un ictus sono frequenti e sembrano contribuire in modo rilevante alla disabilità, limitando inoltre le possibilità di recupero funzionale. Nella pratica corrente, la rieducazione motoria è spesso associata ad interventi riabilitativi volti a migliorare la performance cognitiva dei pazienti con ictus, la così detta riabilitazione cognitiva. Esistono alcune evidenze scientifiche a supporto della riabilitazione cognitiva, che è anche frequentemente impiegata in pazienti con demenza, sia di tipo degenerativo che vascolare. Meno frequente, e largamente empirico, è il suo impiego come coadiuvante nel trattamento dei disturbi depressivi.
La riabilitazione cognitiva è definita come un insieme sistematico, orientato in senso funzionale, di attività terapeutiche, basato sulla valutazione e comprensione dei deficit cerebrali e comportamentali del paziente.[403] Diversi sono gli approcci con cui questa pratica riabilitativa si realizza, quali:
- rinforzo-recupero di schemi comportamentali precedentemente acquisiti;
- creazione di nuovi schemi comportamentali attraverso meccanismi cognitivi che compensano il deficit neurologico;
- creazione di nuovi pattern di attività mediante meccanismi compensatori esterni (adattamenti ambientali, supporto sociale o altre forme di "protesizzazione ecologica");
- adattamento al deficit, lì dove non sia possibile intervenire per modificarlo o compensarlo, al fine di migliorare comunque il livello funzionale.
In un paziente reduce da un ictus, la riabilitazione cognitiva mira, di pari passo con la rieducazione neuromotoria, alla correzione di specifici deficit in molte aree delle funzioni corticali superiori, tra cui (ma la lista potrebbe essere più lunga) l'attenzione, la concentrazione, la percezione, la memoria, la comunicazione ed il problem solving. Fanno inoltre parte integrante di questa pratica riabilitativa interventi nella sfera psico-emozionale di un paziente, sempre quando questa sia alterata in conseguenza dell'ictus. Essa trova anche impiego in pazienti affetti da deficit cognitivi secondari a demenza. Centrale ad ogni sua applicazione è comunque l'attenzione a migliorare lo stato funzionale, mirando all'obiettivo ultimo della massima autonomia possibile nelle attività della vita quotidiana.
Con poche eccezioni, quello della riabilitazione cognitiva è un settore in cui la pratica terapeutica non ha un forte supporto di evidenze scientifiche. Gli studi randomizzati sono scarsi, hanno raccolto casistiche esigue e conseguito risultati spesso contrastanti. In parte, queste discordanze si devono all'eterogeneità degli interventi condotti, ma soprattutto non è stato sufficientemente indagato se queste pratiche migliorano esiti clinicamente rilevanti, quali l'autonomia funzionale o l'istituzionalizzazione. È pertanto auspicabile la crescita della ricerca scientifica in questo settore, al fine di ottenere risultati più solidi su cui fondare la riabilitazione cognitiva, in termini sia di efficacia che di più efficiente impiego delle risorse.