I risultati del trattamento riabilitativo si misurano a più livelli: la capacità dell’approccio di indurre un recupero intrinseco si valuta specificamente con misure di menomazione, mentre l’efficacia del trattamento ai fini del recupero funzionale in genere (intrinseco o adattivo che sia) con scale di autonomia globale. Entrambi i tipi di esito realizzano un impatto indipendente sulla percezione del beneficio da parte dell’utente e quindi sulla qualità della vita.
Quando si misura l’effetto della riabilitazione sulla qualità di vita occorre tener conto delle aspettative individuali e della relazione tra disabilità e modifica dei ruoli. Tale relazione appare stringente nell’adulto in piena attività lavorativa, mentre è molto più labile nell’anziano ritirato dalla vita professionale e, spesso, sociale.
Quanto detto rende ragione in gran parte della tradizionale debolezza delle misure di esito utilizzate negli studi di efficacia in riabilitazione, misure che sono quasi sempre correlate a dimensioni soggettive piuttosto che a realtà obiettivabili e sono soggette pertanto ad interpretazione. Le scale di autonomia ad esempio non differenziano tra capacità (ciò che il paziente è in grado di fare in un contesto di laboratorio) e performance (ciò che il paziente fa abitualmente nel contesto familiare o sociale); le scale di abilità segmentaria tendono a misurare attività prive di significato contestuale; le scale di qualità di vita ambiscono a misurare la percezione di benessere, e risultano di conseguenza penalizzate dalla inconsistenza e continua variabilità di questa dimensione. A prescindere dal contenuto, le misure impiegate in riabilitazione, rappresentate da scale ordinali, sono inoltre gravate da difetti quali: scarsa capacità di risposta al cambiamento, specialmente a fondo scala (effetto soglia o saturazione, noti anche, dall'inglese, come “soffitto” o “pavimento”), o da scarsa riproducibilità (tipica di misure eccessivamente dettagliate, quali la SF-36 o il Wolf Motor Assessment test). Il ricorso a misure strumentali favorisce l’oggettività del riscontro, ma è suscettibile di creare l’illusione di miglioramenti, dimostrando variazioni statisticamente significative di performance in assenza di acquisizioni funzionali percepite dall’individuo. Alla luce delle inconsistenti conclusioni di molte revisioni sistematiche sull’efficacia degli interventi riabilitativi, alcuni autori propugnano l’impiego di misure di esito rappresentate da variabili dicotomiche (autonomo/disabile, deambulante/non deambulante, reintegrato nella vita professionale/ritirato dal lavoro, alimentato per os/per via enterale, etc).[541] Questa strategia identifica in maniera immediata quanti soggetti nel gruppo in trattamento (rispetto al gruppo di controllo) raggiungono l’esito favorevole, e consente di esprimere l’impatto dell’approccio riabilitativo in termini di probabilità (odds ratio) di recupero.
Il momento di applicazione delle tecniche rieducative rappresenta un’ulteriore fonte di variabilità di risultati, se si tiene conto che il decorso spontaneo, con cui confrontare il recupero indotto, non è facilmente prevedibile nei tempi e nelle modalità e può tradursi tanto in un miglioramento (quale è prevedibile osservare entro i primi sei mesi) quanto in un deterioramento delle abilità funzionali (come accade in fase di cronicizzazione degli esiti).