È assolutamente validato che l’ipertensione sia un fattore di rischio per ictus ischemico e emorragico.
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È assolutamente validato che l’ipertensione sia un fattore di rischio per ictus ischemico e emorragico.
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La riduzione della mortalità a breve termine in un paziente con ictus cerebrale espone il soggetto ad un maggior rischio di complicanze. Un settore ancora poco esplorato riguarda la comparsa di crisi epilettiche e di epilessia. Occorre ricordare che la causa principale di epilessia nel paziente anziano è di origine cerebrovascolare.
Un episodio depressivo che insorge entro 6-12 mesi dopo un ictus è evento frequente. Si stima che un disturbo dell'umore si verifichi in circa un terzo dei sopravvissuti, anche se esiste una notevole variabilità fra studio e studio, legata a problematiche diagnostico-metodologiche.
Numerose fonti di indicazioni terapeutiche (p.es Clinical Evidence 2011) continuano a indicare la trombolisi come "trade off tra beneficio e danno", soprattutto alla luce dei dati della Revisione Cochrane, ove appare chiaro un beneficio in termini di riduzione dell'end-point combinato "morte/disabilità", a fronte di un aumento del rischio di morte e delle emorragie sintomatiche. Il dato è peraltro viziato da una elevata eterogeneità (I2=62%), che ne riduce l’affidabilità.
Ad 1 anno dall’evento acuto, un terzo circa dei soggetti sopravvissuti ad un ictus – indipendentemente dal fatto che sia ischemico o emorragico – presenta un grado di disabilità elevato, che li rende totalmente dipendenti.
Il numero di soggetti che hanno avuto un ictus (dati sulla popolazione del 2001) e ne sono sopravvissuti, con esiti più o meno invalidanti, è calcolabile, in Italia, in circa 913·000.
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La dissecazione dei vasi epiaortici (DAC) è responsabile del 20%-25% degli ictus ischemici giovanili.
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I soggetti con ictus cerebrale in età giovanile hanno tassi di mortalità più elevata rispetto ai soggetti di pari età e sesso; la differenza è maggiore rispetto a quella che si riscontra nei soggetti anziani. [NaessH,2010]
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In questi ultimi anni si è verificato un acceso dibattito sull'eziopatogenesi della depressione post-ictus ed in particolare sull'associazione o meno della depressione post-ictus con lesioni in specifiche aree cerebrali.
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Un obiettivo indirettamente correlato con il recupero della funzione motoria dell'arto superiore è la prevenzione di una sindrome dolorosa prossimale.
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Lo scenario epidemiologico, di per sé, giustifica pienamente un interesse specifico per gli aspetti che l'ictus ha in età avanzata: come descritto nel Capitolo 4, l'incidenza dell'ictus cresce con l'età, tanto che oltre il 75% dei casi si osservano in persone ultrasessantacinquenni.
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I risultati di numerose revisioni di studi randomizzati controllati sono concordi nel sostenere la superiorità della gestione di pazienti ammessi ad unità di terapia dedicate all'ictus, rispetto a Reparti di Medicina Generale.[184, 185, 186] I vantaggi si misurano in termini di riduzione della mortalità, dell'incidenza di complican
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Tra le patologie concomitanti, il diabete e le cardiopatie sono considerate potenziali fattori di incremento del rischio di mortalità e di complicanze in fase acuta e sub-acuta e, secondariamente, di un esito funzionale scarso.
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I soggetti sopravvissuti ad un ictus richiedono, in oltre la metà dei casi, un'efficiente risposta sanitaria per tutta la durata della propria vita residua, con coinvolgimento di diversi operatori e molteplici competenze mediche.
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I punti di seguito espressi definiscono le esigenze globali del paziente che ha subito un ictus secondo le indicazioni fornite da autorevoli fonti di informazione:[1]