Nella CAA fattori di rischio vascolare quali ipertensione diabete e fumo possono favorire un'evoluzione negativa della patologia e rappresentano possibili target di trattamento preventivo.
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Nella CAA fattori di rischio vascolare quali ipertensione diabete e fumo possono favorire un'evoluzione negativa della patologia e rappresentano possibili target di trattamento preventivo.
La CAA è una patologia ereditaria relativamente comune, essendo presente in circa il 10-30% di autopsie su cervelli non selezionati e dall'80% al 100% dei casi con malattia di Alzheimer.
Nella CADASIL la presenza di fattori di rischio vascolare quali ipertensione arteriosa, elevati livelli di emoglobina A1c e il fumo possono favorire un peggioramento clinico e neuroradiologico
La CADASIL è definita da:
1.presenza di manifestazioni cliniche quali: emicrania con aura, disturbi dell'umore, stroke ricorrenti o deterioramento cognitivo
2.presenza alle neuro immagini di: estesa WMLs, infarti lacunari, microsanguinamenti e atrofia cerebrale
3.presenza, nella quasi totalità dei casi, di mutazione del gene NOTCH3
Gli elementi chiave per definire il sottotipo di VCI sono:
1.Test neuropsicologici
2.Anamnesi ed esame neurologico
3.Neuroimmagini
I criteri diagnostici per definire i sottotipi di VCI non sono applicabili in:
1.soggetti con abuso/dipendenza da alcol o sostanze in atto, devono essere liberi da almeno 3 mesi
2.soggetti con delirium
Il termine VCI comprende tutte le forme di deterioramento cognitivo di origine vascolare dal MCI alla VaD. In particolare il VCI può essere classificato in:
1.Demenza vascolare (VaD)
2.Probabile VaD
3.Possibile VaD
4.MCI vascolare (VaMCI)
5.Probabile VaMCI
6.Possibile VaMCI
7.VaMCI instabile
I criteri diagnostici sono riportati in tabella
l rischio di demenza dopo uno stroke è circa il doppio rispetto a soggetti di pari età e sesso, avendo luogo in circa il 10% dei pazienti, in funzione di sede, volume, severità clinica e comparsa di complicanze post-stroke precoci (crisi epilettiche, delirium, ipossia, ipotensione). Nei pazienti con recidiva di stroke il rischio di demenza sale al 30% a prescindere dal numero e dalla severità dei fattori di rischio vascolare
Interventi di prevenzione delle patologie vascolari croniche potrebbero essere utili nel ridurre le dimensioni epidemiologiche della VaD (o di VCI?).
Con il termine di VCI si definisce una sindrome caratterizzata da:
evidenza clinica o subclinica di danno vascolare cerebrale
deficit cognitivo interessante al meno 1 dominio, di cui la forma più severa è la demenza vascolare (VaD).
Ad oggi non vi sono criteri neuropatologici in grado di confermare la diagnosi clinica di VCI
Il termine "Vascular Cognitive Impairment (VCI)" è usato per definire tutto lo spettro dei disordini cognitivi associati alla patologia cerebrovascolare, dalla franca demenza (VaD) al deficit cognitivo lieve (VaMCI).
Sono fattori di rischio non modificabili:
1.Età
2.Fattori genetici
Sono fattori di rischio modificabili per VCI:
1.Stile di vita
Dieta
Attività fisica
Consumo di alcolici
Peso corporeo
Fumo
2.Co-morbidità
Nei pazienti con ESA giovani e/o con gradi bassi di gravità clinica, a parità di indicazione e di condizioni operative, la scelta tra terapia chirurgica o endovascolare é affidata alla collaborazione tra neuroradiologo interventista e neurochirurgo ed é influenzata dalla relativa esperienza degli operatori
La terapia antitrombotica di prevenzione secondaria in pazienti con ictus acuto va scelta alla luce dell'inquadramento patogenetico del caso, che va fatto al più presto possibile (preferibilmente entro 48 ore al massimo), con l'eventuale ricorso, ove possibile, alle più appropriate indagini strumentali.
Comunque la scelta terapeutica deve tener conto della gravità clinica del paziente e della sua aderenza al trattamento, e della possibilità di effettuare un monitoraggio accurato, qualora necessario, come nel caso della terapia anticoagulante orale.
Nei pazienti con trombosi dei seni venosi, la trombolisi selettiva è un trattamento opzionale da considerarsi in caso di inefficacia della terapia anticoagulante con eparina e.v.
In caso di documentata occlusione dell'arteria basilare la finestra terapeutica per i trattamenti endovascolari può estendersi oltre le 6 ore dall'esordio dell'evento.
Recenti revisioni sistematiche e metanalisi hanno dimostrato che lo stenting carotideo nei confronti dell’endoarteriectomia da un lato si associa in pazienti sintomatici a incremento periprocedurale significativo di rischio di stroke specie non disabilitante, a incremento periprocedurale non significativo di mortalità e a incremento post procedurale non significativo di ogni tipo di stroke, tranne quello disabilitante, mentre dall’altro lato si associa ad una significativa riduzione periprocedurale di rischio di infarto miocardico non fatale.
In caso di recidiva di evento ischemico cerebrale in pazienti già in terapia con ASA, è opportuno:
Gli aneurismi del tratto esclusivamente intracavernoso, senza erosione della parete del seno sfenoidale, vanno considerati separatamente, in quanto hanno un basso rischio di sanguinamento anche se sintomatici. L'intervento può rendersi necessario per la presenza di sintomi da compressione più che per il rischio di sanguinamento.
In pazienti non a rischio elevato di trombosi venose profonde, il ricorso sistematico all'eparina comporta un bilancio inaccettabile fra beneficio e rischio di complicanze emorragiche intracerebrali e/o sistemiche.
Il trattamento con r-tPA e.v fra le 4,5 e le 6 ore presenta ancora una efficacia tendenziale ma non statisticamente significativa. Lo studio randomizzato e controllato verso terapia standard, chiamato IST3, ha l’obiettivo di rivalutare su una casistica molto ampia, il rapporto rischio/beneficio del trattamento somministrato fino a 6 ore dall’esordio dei sintomi. Questo studio valuta anche efficacia e sicurezza nei pazienti con età >80 anni. I risultati saranno comunicati il 22-5-2012 alla ESC di Lisbona.
L'esecuzione di ecocardiografia transesofagea in pazienti con fibrillazione atriale non valvolare può permettere di evidenziare condizioni ecografiche di elevato rischio cardioembolico come trombi in auricola sinistra, ecocontrasto spontaneo denso, ridotta velocità di flusso in auricola sinistra, placche aortiche complicate, isolatamente o in associazione.
In pazienti con ictus conseguente a patologia aterotrombotica dei vasi arteriosi extracranici che malgrado adeguata terapia antiaggregante presentino ripetute recidive, la terapia anticoagulante orale è un'alternativa ragionevole unitamente all'adeguato controllo dei fattori di rischio.
In pazienti con ictus e forame ovale pervio le scelte terapeutiche di prevenzione secondaria sono le stesse proposte in ambito non d'emergenza (vedi raccomandazioni 12.13 a, 12.13 b, 12.13 c), in caso sia indicata la terapia anticoagulante orale il timing è quello indicato nella raccomandazione 10.09.
Studi recenti stanno valutando il ruolo di nuovi antiaggreganti che basano la loro azione sulla inibizione del recettore attivato dalla trombina (PAR-1), quali vorapaxar e atopaxar. La maggior parte dei pazienti arruolati negli studi di fase III sono pazienti con cardiopatia ischemica e sindromi coronariche acute.
Per la prevenzione delle trombosi venose profonde in pazienti a rischio elevato (pazienti plegici e con alterazione dello stato di coscienza e/o obesi e/o con pregressa patologia venosa agli arti inferiori) è indicato l’uso di eparina a dosi profilattiche (eparina calcica non frazionata 5•000 UIx2 o eparine a basso peso molecolare nel dosaggio suggerito come profilattico per le singole molecole) da iniziare al momento dell’ospedalizzazione.
Nello studio RE-LY, il dabigatran è risultato non inferiore al warfarin nel trattamento dei pazienti con fibrillazione atriale; alla dose di 110 mg due volte al dì il farmaco è risultato più sicuro del warfarin nella riduzione degli eventi emorragici mentre a quella di 150 mg due volte al dì sembra essere più efficace nel ridurre gli eventi ischemici. Nei pazienti trattati con dabigatran 150 mg due volte al giorno, il tasso di emorragie gastrointestinali maggiori è risultato più elevato che nei pazienti trattati con warfarin, a parità di eventi avversi.
Lo studio pilota INTERACT in pazienti con emorragia cerebrale e PAS compresa fra 150 e 220 mm Hg, ha mostrato che il rapido abbassamento della PAS al di sotto di 140 mm Hg sembra clinicamente realizzabile e potenzialmente sicuro anche se ancora non è chiaro quale sia il target di PA da raggiungere, quale la durata della terapia e se il trattamento migliori la prognosi. Per dare una risposta a questi quesiti è in corso lo studio multicentrico randomizzato INTERACT 2.
In pazienti con ictus acuto e diabete in trattamento con ipoglicemizzanti orali, è possibile proseguire la loro somministrazione in presenza di un quadro clinico lieve e stabile e di situazione metabolica altrettanto stabile. Sono da preferire ipoglicemizzanti orali a emivita breve (Biguanidi, Glicazoni) per il minor rischio di ipoglicemia, ponendo attenzione a possibili controindicazioni che si potrebbero verificare durante il ricovero quali insufficienza renale, instabilità emodinamica, necessità di eseguire esami diagnostici che prevedono utilizzo di m.di c.
La valutazione della probabilità clinica di trombosi venosa profonda (TVP) secondo criteri standardizzati può essere utile nella valutazione dei pazienti con ictus in cui si sospetti una TVP al fine di programmare il successivo iter diagnostico.
L'ictus cerebrale si accompagna frequentemente a disfunzioni vescicali la cui entità e natura sono correlate alla sede ed entità del danno cerebrale. La presenza di un'incontinenza urinaria nella fase acuta dell'ictus è un fattore prognostico indipendente di morte e disabilità residua grave. La ritenzione e il residuo post-minzionale si associano frequentemente a infezioni del tratto urinario a loro volta causa di ulteriori complicazioni del quadro clinico.
La comparsa di idrocefalo cronico è frequente dopo ESA ed è trattabile con derivazione ventricolo-peritoneale o ventricolo-cardiaca nei pazienti sintomatici.
La rimozione dei coaguli basali durante l'intervento, la somministrazione di fibrinolitici cisternali o la somministrazione di agenti anti-infiammatori o antiossidanti sono di incerta efficacia nella prevenzione del vasospasmo dopo ESA.
Gli aneurismi trattati con spirali necessitano di un controllo morfologico nei 2 anni successivi per documentare eventuali fenomeni di ricanalizzazione della sacca che richiedano un successivo trattamento.
La terapia antifibrinolitica per prevenire il risanguinamento nei pazienti con ESA può essere usata in particolari condizioni, p.e. pazienti con scarsa possibilità di vasospasmo candidati a terapia chirurgica dilazionata, ma non è un trattamento di routine in quanto provoca ischemie cerebrali in proporzione analoga a quella degli episodi di risanguinamento evitati dalla stessa terapia.
Non vi sono evidenze a favore dell’efficacia della permanenza a letto dei pazienti con ESA e della terapia antipertensiva in acuto nel prevenire il risanguinamento dell’aneurisma, tuttavia la somministrazione di antipertensivi viene ampiamente praticata.
Il trattamento dell'ESA da aneurisma è indicato entro 72 ore dall'esordio. I dati di mortalità, disabilità, complicanze neurologiche sono a favore del trattamento endovascolare, che ha però una più alta percentuale di chisura non completa della sacca aneurismatica ed una più alta percentuale di risanguinamenti nel breve periodo, da verificare nei periodi medio-lunghi.
L'età avanzata, i gradi clinici intermedi ed alti (3-4 nella scala di Hunt ed Hess) dopo emorragia subaracnoidea, ed in particolare gli aneurismi del circolo posteriore, di difficile accesso chirurgico indipendentemente se rotti o non rotti, sono a parità di indicazioni fattori che orientano la scelta terapeutica verso un intervento endovascolare.
In caso di emorragia cerebrale e piastrinopenia non ci sono evidenze su quale sia il livello al di sotto del quale infondere concentrati piastrinici. Riferendoci al comportamento adottato in ematologia possiamo considerare il valore di 50.000 piastrine quello al di sotto del quale sarebbe opportuno somministrare piastrine in presenza di emorragia cerebrale.
L’uso di compressione pneumatica intermittente per la prevenzione delle TVP in pazienti con emorragia cerebrale è attualmente valutato nello studio CLOTS 3.
Non ci sono evidenze a favore dell'uso degli anticoagulanti nel progressing stroke, tuttavia, sulla base delle raccomandazioni di alcuni panel internazionali, se ne può indicare l'uso solo nei casi di stenosi subocclusiva carotidea o basilare, o di occlusione di basilare, valutandone l'applicazione in ogni singolo caso.
Nella revisione Cochrane del 2011, relativa a 2 studi su 3477 pazienti asiatici, quelli trattati con cilostazolo avevano un minor rischio di eventi vascolari globali (NNT 38)ed un più basso rischio di ictus emorragico e di eventi avversi (NNT 66 e 31). Sono necessari nuovi studi per valutare la possibilità che il cilostazolo sia ugualmente efficace anche in soggetti di razza non asiatica.
Le placche presenti a livello dell’arco aortico sono un predittore importante nell’insorgenza di stroke.
L’ eparina non frazionata (UFH) e l’eparina a basso peso molecolare (LMWH) sono i farmaci di prima scelta per la terapia anticoagulante in epoca neonatale. La durata ottimale della terapia anticoagulante nel neonato in presenza di un evento trombotico sistemico o cerebrale non è ancora ben definita; in generale viene raccomandato un breve periodo di trattamento (15-30 gg) con un monitoraggio regolare del processo trombotico.
Una trombofilia ereditaria deve sempre essere ricercata in un neonato in presenza di un evento tromboembolico spontaneo clinicamente significativo, di lesioni ischemiche della cute o di una porpora fulminante.
In presenza di eventi tromboembolici neonatali, inclusi quelli cerebrali, è indicato eseguire uno screening della funzione emostatica con emocromo completo, PT, APTT e fibrinogeno. Può essere associato il dosaggio del d-dimero esclusivamente per il suo valore predittivo negativo.
La fisiopatologia dello stroke perinatale è complessa e multifattoriale e vede un periodo critico che è compreso fra i 2 giorni prima ed 1 giorno dopo il parto. I fattori che entrano in gioco possono essere divisi in fattori di tipo materno o “prepartum”, in relazione ad una vasculopatia trombotica placentare, fattori “intrapartum”in relazione ad un trauma diretto su vasi intra ed extra cranici quali compressione, dissezione, emorragia e vasospasmo e fattori postpartumdovuti allo stato di ipercoagulabilità tipico del neonato
In base alle evidenze disponibili, un modello alimentare a basso contenuto di sale ed ispirato alla dieta mediterranea, che includa in particolare un elevato consumo di frutta, verdura, cereali e cereali integrali ed un consumo regolare di pesce, è consigliabile ai fini della prevenzione primaria dell’ictus.
Tra i nutrienti associati ad un aumento del rischio di ictus ischemico si annoverano in particolare l’eccesso di sodio, alcol e di grassi saturi.
Viceversa, per alcuni nutrienti è stata messa in luce un’azione protettiva:
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Le statine, o inibitori dell’enzima idrossi-metil-glutaril-Coenzima-A riduttasi, sono farmaci di prima scelta per la prevenzione primaria e secondaria di patologie associate alle dislipidemie.[317] È noto da tempo, però, che gli effetti benefici di questi farmaci sulla mortalità e morbosità di pazienti affetti da malattia coronarica (CAD) non sono attribuibili solo all’inibizione della sintesi del colesterolo, ma anche ad altri effetti sulla funzione delle cellule della parete
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La prima documentazione di una associazione significativa fra infezioni e malattia aterosclerotica deriva da uno studio condotto su un modello animale (pollo) in cui l’infezione da herpes virus risultava essere in grado di indurre lesioni aterosclerotiche nelle grandi arterie con un andamento simile a quello che si osservava quando gli animali erano infetti e supplementati con una dieta ricca di colesterolo.[Minick,1979] Studi successivi sempre in modelli animali hanno indicato che non solo l’i
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Questo particolare aspetto delle malattie vascolari è di grande interesse e riguarda soprattutto (ma non solo) quelle famiglie in cui le malattie cardiovascolari si manifestano in età inferiore a 40 anni. L'interesse scientifico per questo tema è enorme: la familiarità è oggi universalmente riconosciuta come uno dei fattori di rischio più importanti per ictus.[54]
La implementazione di un processo o di una pathway nel contesto operativo generale o locale è un’azione complessa e spesso ostacolata da varie barriere tra cui in particolare, la scarsa consapevolezza a livello della popolazione generale, tra i professionisti, tra gli amministratori ed i politici, del problema ictus, ovverosia dei gravi esiti in termini personali, sanitari, e sociali e delle moderne opportunità di prevenzione e trattamento; la svantaggiosa competizione per l’utilizzo delle risorse con altre patologie con vario impatto sia so
I vari processi nei quali è articolata la filiera dell’assistenza all’ictus cerebrale comprendono la prevenzione, il primo contatto, la diagnosi, l’ avvio in emergenza in ospedale, gli interventi della fase acuta, la gestione in Stroke Unit, i trasferimenti dopo la fase acuta, la riabilitazione, la prevenzione secondaria, il supporto sociale e sanitario.
Il concetto di efficienza, oltre che quello di efficacia, implica obbligatoriamente una valutazione esperta del rapporto costo/efficacia. Tale valutazione può presentarsi di una notevole complessità, data la notevole variabilità del contesto gestionale ed organizzativo in Italia. Nel campo dell’ictus cerebrale tale valutazione deve essere sempre confrontata con il beneficio per il paziente, per il sistema sanitario e per la società intera.
L’evidenza scientifica (risultati di sperimentazioni controllate della efficacia ed efficienza di processi o pathways alternativi) nel campo dell’ictus cerebrale è estremamente limitata. La base di possibili raccomandazioni è costituita in larga prevalenza da posizioni di consenso tra esperti e da linee guida internazionali o locali. Tuttavia, grazie alla struttura altamente qualificata ed interdisciplinare di SPREAD linee guida orientate in tale ambito appaiono come importante e naturale complemento delle raccomandazioni diagnostiche e terapeutiche
Una organizzazione per processi ha come modalità operativa centrale i percorsi di cura (clinical pathways). Per clinical pathways o care pathways si intendono percorsi di cura predefiniti, gestiti da un gruppo multidisciplinare, che ha come obiettivo finale di garantire la migliore applicazione della evidenza scientifica.
L’organizzazione assistenziale per processi consiste nell’applicazione di un sistema per processi in ambito organizzativo, che presuppone una esplicita identificazione del processo stesso e delle sue componenti, delle interazioni tra di essi, nonché delle loro modalità di gestione. Il maggiore vantaggio è quello di garantire il governo della continuità assistenziale controllandone la qualità, l’efficacia e l’efficienza.
Un ulteriore obiettivo è rappresentato dalla identificazione, selezione ed elaborazione dei contenuti delle diverse linee guida in rapporto agli aspetti interdisciplinari relativi alla patologia polivascolare ed alla sindrome metabolica.
Un terzo obiettivo è costituito dall’identificazione delle aree grigie o di incertezza nella scelta del trattamento più appropriato in situazioni desumibili dalla pratica clinica quotidiana.
Un secondo obiettivo è rappresentato dall’elaborazione di confronti sinottici su controversie in rapporto alla possibile diversa interpretazione dei risultati degli studi relativi all’efficacia dei trattamenti farmacologici, chirurgici o per il tramite di dispositivi medicali meccanici di più recente impiego per la prevenzione delle recidive o per il trattamento dell’ictus in fase acuta.
Vedi Sintesi 19-2
L’obiettivo principale di quest’area di lavoro, è quello di identificare le raccomandazioni più robuste attraverso l’analisi ed il confronto della loro gradazione nelle diverse linee guida e di verificarne la diffusione all’interno della comunità scientifica e nella pratica quotidiana.
Le Linee guida SPREAD si identificano come le linee guida italiane per la prevenzione ed il trattamento dell’ictus cerebrale. Dopo oltre 10 anni di attività, caratterizzati dalla crescente diffusione a livello nazionale ed internazionale dei contenuti e delle linee di indirizzo costantemente aggiornati, si è ritenuto di dover creare una nuova area di lavoro specificamente dedicata all’analisi ed al confronto con le altre linee guida esistenti anche in rapporto alle singole raccomandazioni ed alla loro gradazione.
Sono necessari ulteriori studi per valutare le migliori strategie preventive e terapeutiche per l'ictus in gravidanza e puerperio.
Dosi profilattiche di eparina a basso peso molecolare sono efficaci per prevenire il tromboembolismo venoso nei pazienti con ictus ischemico e ridotta mobilità, con un profilo di sicurezza accettabile. Tuttavia, in considerazione dell’incremento, seppur non significativo, del rischio di emorragie maggiori con la profilassi anticoagulante, nuovi studi dovrebbero identificare quei pazienti a maggior rischio di trasformazione emorragica della lesione ischemica nei quali questo trattamento potrebbe influenzare negativamente la prognosi dell’ictus.
Negli ultimi anni la diffusione della terapia anticoagulante orale e l’aumento delle procedure coronariche con posizionamento di stent che rendono necessaria la doppia antiaggregazione hanno fatto sì che un numero sempre maggiore di pazienti venga trattato per diversi mesi con triplice terapia antitrombotica. Tale pratica si accompagna a un elevato rischio emorragico che rende necessaria l’attivazione di misure individualizzate volte a ridurre la durata e l’intensità dell’esposizione a tale rischio.
L’associazione di due diversi antiaggreganti piastrinici (ASA e clopidogrel) è meno efficace del warfarin nella prevenzione dell’ictus ischemico nei pazienti con fibrillazione atriale. Tale associazione è invece più efficace del solo ASA in pazienti con controindicazioni al warfarin, ma il rapporto rischio-beneficio di questa strategia non è chiaro a fronte di un significativo aumento del rischio di emorragie maggiori.
Nuovi studi dovrebbero meglio definire il rapporto rischio beneficio della terapia anticoagulante orale nei pazienti molto anziani (> 80 anni) con fibrillazione atriale, anche e soprattutto con i nuovi farmaci. Sebbene questo rapporto appaia comunque favorevole se la terapia dicumarolica è ben monitorata, scarse sono le evidenze derivate da studi randomizzati e controllati.
I nuovi farmaci antiaritmici sono caratterizzati da selettività per i canali ionici atriali e proprietà di blocco multicanale.
In due trial clinici di fase III dronedarone è risultato in grado di ridurre il rischio di ricorrenza di fibrillazione atriale; il farmaco è attualmente oggetto di revisione in rapporto al suo profilo di beneficio/rischio.
I dati più recenti rafforzano ulteriormente le evidenze di un rapporto rischio/beneficio sfavorevole nell'impiego di anticoagulanti orali per la prevenzione secondaria dell'ictus non cardioembolico.
Nuovi studi sono necessari per meglio identificare le cause di eventi ischemici in corso di terapia antiaggregante piastrinica e per proporre strategie alternative di prevenzione secondaria mirate.
Nuovi studi dovranno meglio definire il ruolo della trombolisi nei pazienti con trombosi dei seni venosi cerebrali ad esordio particolarmente grave. Nei pazienti trattati con eparina non frazionata o a basso peso molecolare la tempistica di introduzione degli anticoagulanti orali è incerta.
Rimangono inoltre incertezze relative alla durata della prevenzione secondaria.
Il beneficio dell'associazione di anticoagulanti orali e antiaggreganti piastrinici in pazienti con fibrillazione atriale rimane incerto e andrebbe determinato in studi condotti in pazienti a rischio embolico elevato.
Nella prevenzione secondaria dell’ictus ischemico in pazienti portatori di protesi valvolari meccaniche l’associazione di anticoagulanti orali ed antiaggreganti piastrinici appare favorevole. Più incerto il rischio/beneficio in caso di utilizzo di range terapeutici più elevati (INR target >3).
Non vi sono evidenze per identificare le migliori strategie di prevenzione secondaria dell'ictus ischemico in pazienti con pervietà del forame ovale.
Nei pazienti con ictus cerebri la profilassi con calze elastiche a compressione graduata non è risultata essere efficace nella prevenzione del tromboembolismo venoso, per cui nuovi studi dovrebbero valutare altre alternative alla profilassi farmacologica, come la compressione pneumatica intermittente, quando questa è controindicata.
L'incidenza di trombocitopenia eparina-indotta in pazienti con ictus che ricevono dosi terapeutiche o profilattiche di eparina non frazionata o a basso peso molecolare non è nota. L'impiego di farmaci alternativi alle irudine ricombinanti per il trattamento di questa sindrome è promettente, ma richiede ulteriori valutazioni.
L'utilizzo di dosi terapeutiche di eparina a basso peso molecolare in pazienti con insufficienza renale grave (clearance della creatinina <30 mL/min) è associato ad un significativo incremento del rischio emorragico. Non esistono dati sufficienti circa la sicurezza delle dosi profilattiche in questi pazienti. Il monitoraggio della funzionalità renale sarà estremamente importante anche con l’impiego dei nuovi farmaci anticoagulanti orali che si caratterizzano per una parziale escrezione renale, variabile dal 27% a oltre l’80% a seconda della molecola
In pazienti in terapia con warfarin, asintomatici per sanguinamenti, basse dosi di vitamina K per via orale sono più efficaci della sola sospensione della terapia nel portare valori di INR superiori a 4,5 entro il range terapeutico dopo 24 ore. Tuttavia, in pazienti asintomatici con INR compresi tra 4,5 e 10,0 la sola sospensione temporanea della terapia dicumarolica non è associata ad un aumento del rischio emorragico rispetto alla sospensione più somministrazione di vitamina K.
La terapia delle emorragie maggiori in pazienti in terapia anticoagulante orale prevede, oltre all’immediata sospensione del farmaco, la somministrazione di vitamina K endovena e di plasma fresco congelato o concentrati protrombinici. Anche se non vi sono studi di confronto, i concentrati protrombinici potrebbero essere preferibili nelle emorragie potenzialmente fatali in virtù di una maggiore rapidità di azione.
Sono necessari studi di farmaco-economia per dimostrare che un adeguato sistema di controllo clinico dei pazienti in TAO in strutture sanitarie dedicate è economicamente conveniente perché riduce le complicanze del trattamento e quelle del non trattamento. Ulteriori studi dovranno confermare il ruolo di programmi informatici nella gestione di tali pazienti. La possibilità di gestire la TAO in tutto o in parte al di fuori degli ambienti tradizionali (laboratorio e medico prescrittore) è stata presa in considerazione già alla fine degli anni ‘80.
In campo cardiologico, nell’ambito delle sindromi coronariche acute sottoposte a rivascolarizzazione percutanea con stenting, numerose evidenze hanno documentato l’associazione dell’iperreattività piastrinica da ADP con l’aumento del rischio di eventi ischemici avversi (trombosi intrastent, morte cardiovascolare, infarto miocardico). Molto minori sono le evidenze nel campo degli eventi ischemici cerebrali dove sono necessari ulteriori studi per valutare:
Negli ultimi anni la ricerca clinica ha studiato e validato l’impiego di nuove terapie anticoagulanti, la cui caratteristica fondamentale è la selettività del meccanismo d’azione; questa capacità di bloccare uno specifico “target” della cascata emocoagulativa differenzia tali farmaci sia dalle eparine che dagli anticoagulanti orali che al contrario interagiscono in modo non selettivo a più livelli della trombogenesi.
Sono necessari ulteriori studi (in particolare di prevenzione primaria) sulle terapie ipocolesterolemizzanti per chiarire diversi aspetti fra cui:
È necessario sviluppare ricerche dedicate per verificare se possano essere i polimorfismi genici, con le loro relative ripercussioni fenotipiche, ad influenzare la risposta ai farmaci, insieme ed in alternativa all'assetto metabolico-enzimatico selettivamente destinato al metabolismo del farmaco stesso.
Le possibili prospettive di ricerca nel campo della nutrizione riguardano diversi settori:
Alla luce dei recenti studi, l'endoarteriectomia carotidea è ancora da considerarsi il gold standard di trattamento per i pazienti sintomatici con stenosi >=50% ed asintomatici con stenosi >=60%. Permane consolidata l'indicazione allo stenting solo nei casi cosiddetti ad alto rischio chirurgico. Nuove prospettive di ricerca mirano a confrontare i risultati ottenibili dallo stenting o dalla chirurgia in fase precoce, e a randomizzare per tali trattamenti pazienti asintomatici.
L’individuazione di criteri diagnostici specifici costituisce la principale priorità di ricerca per il futuro utilizzo clinico routinario della categoria nosografica rappresentata dalla “depressione vascolare”.
Fra i disturbi neuropsichici post-ictali, la “sindrome depressiva-disesecutiva” costituisce il quadro più frequente e con preminente base neurobiologica.
In ambito terapeutico, un obiettivo prioritario per la depressione post-ictus sarà quello di valutare l’utilità, in particolari tipologie di pazienti (afasici, aprosodici, anosognosici, dementi), di un intervento di tipo profilattico.
Nell'ambito del deterioramento cognitivo globale post-ictale, mancano tuttora studi di follow-up a medio-lungo termine. Per le sequele neuropsicologiche plurisettoriali lievi e/o minori, estremamente frequenti, mancano studi che ne valutino l’impatto prognostico sui principali esiti funzionali.
L’applicazione delle più moderne metodiche di neuroimmagine permetterà di meglio precisare le basi fisiopatogenetiche e i meccanismi di riorganizzazione funzionale e strutturale sottostanti le molteplici varianti dei deficit cognitivi focali post-ictali (afasie, agnosie, aprassie, neglect).
Tutte le informazioni derivanti da studi in corso o futuri dovranno essere utilizzate per mettere a punto un intervento preventivo sempre più "adattato" al singolo paziente.
Nell'ambito del deterioramento cognitivo vascolare andrà valutato il ruolo del neuroimmaging strutturale e funzionale come strumento surrogato di identificazione nelle fasi preclinica e subclinica.
È auspicabile che i futuri studi di prevenzione primaria delle patologie cerebrovascolari incorporino misure cognitive come endpoint primari o secondari.
Il ruolo dell'associazione di antiaggreganti piastrinici nella prevenzione secondaria dell'ictus non cardioembolico potrebbe essere rivalutato in alcune categorie di pazienti nei quali un più favorevole rapporto rischio/beneficio sia prospettabile.
Nuovi studi dovrebbero identificare il trattamento antitrombotico ottimale per i pazienti con dissecazione dei grossi tronchi arteriosi e determinare il rischio di recidiva a breve e lungo termine ed i fattori predisponenti.
In pazienti con ictus cardioembolico l'introduzione di una terapia anticoagulante nelle prime 48 ore non appare complessivamente vantaggiosa, ma il rischio-beneficio in sottogruppi di pazienti a rischio particolarmente elevato appare ancora incerto. La tempistica ottimale di inizio della terapia anticoagulante orale dopo le prime 48 ore rimane indeterminata.